Obsolescenza nautica, sicurezza e sostenibilità: un problema che il settore non può più ignorare
Con il mese di Luglio siamo giunti nel pieno della stagione e gran parte dei diportisti prendono il largo per la crociera estiva o quantomeno per navigazioni più impegnative.
Crescono di conseguenza le richieste di intervento tecnico e, in molti casi, emerge un fenomeno ben noto agli operatori del settore, dal quale affiorano differenze sostanziali nel modo in cui gli armatori affrontano manutenzione, sicurezza e gestione tecnica delle proprie imbarcazioni.
Per chiarezza, voglio precisare che da oltre dieci anni non ho più contatti diretti con le banchine. Tuttavia, per ragioni professionali, continuo ad avere accesso ad informazioni relative all’andamento delle richieste di fornitura e dei servizi di assistenza tecnica.
Questa posizione di osservatore esterno mi consente quindi di analizzare il fenomeno da una prospettiva neutrale, analitica e svincolata da logiche commerciali o interessi di profitto.
Le considerazioni riportate di seguito devono pertanto intendersi esclusivamente a titolo informativo, quale contributo di riflessione tecnica su situazioni, comportamenti e criticità che oggi interessano una parte significativa del comparto nautico.
Ogni armatore, quando prende il mare, porta con sé familiari, amici, ospiti.
Persone che affidano serenità e sicurezza a un mezzo che deve essere efficiente sotto ogni aspetto: motori, impianti elettrici, elettronica di bordo, sistemi antincendio, batterie, cablaggi, apparati di navigazione.
Le casistiche riscontrate sono molteplici e non sempre riconducibili alla tipologia o alle dimensioni dell’imbarcazione.
Nel segmento delle unità più grandi, sia a vela sia a motore, la manutenzione viene generalmente pianificata con criterio. La presenza di un comandante e di un equipaggio qualificato rappresenta una garanzia sia sotto il profilo operativo sia nel rispetto delle norme di sicurezza e della salvaguardia dell’ambiente marino.
Non mancano, tuttavia, casi di trascuratezza o inadempienza, così come emergenze dovute a guasti imprevisti, con maggiore probabilità nelle unità di costruzione meno recente.
La fascia degli scafi sopra i dieci metri, numericamente la più popolata, é probabilmente quella in cui i costi di manutenzione incidono maggiormente in proporzione al valore del mezzo. Un’incidenza che tende ad aumentare progressivamente con la vetustà dell’imbarcazione.
In generale, molti armatori gestiscono gli interventi con attenzione, calibrando manutenzione ed investimenti sulla base di un budget adeguato.
La situazione più delicata riguarda forse una parte dei nuovi utenti che, avvicinandosi alla nautica come prima esperienza, acquistano un’imbarcazione attratti da prezzi apparentemente accessibili.
Purtroppo non tutte le unità possono essere considerate realmente efficienti.
Sono frequenti casi di impianti che, pur risultando apparentemente funzionanti, non possono più essere considerati affidabili: impianti elettrici di primo equipaggiamento, elettronica obsoleta, cablaggi deteriorati, accumulatori non più idonei all’utilizzo e sistemi di bordo ormai fuori standard.
A questo si aggiunge la difficoltà nel reperire ricambi per componenti fuori produzione da molti anni e, quando possibile, la scarsa convenienza economica nel procedere alla riparazione.
Sotto i 10 metri il panorama è ancora più eterogeneo.
Esistono diportisti esperti ed appassionati che curano personalmente i lavori, talvolta intervenendo in autonomia anche oltre ciò che sarebbe consigliabile sotto il profilo tecnico.
Va però detto che, in alcuni periodi dell’anno, reperire un tecnico disponibile non è sempre semplice ed il ricorso al “fai da te”, seppure nei limiti che presenta, finisce spesso per essere giustificato da situazioni di necessità.
Ma tra i comportamenti e le problematiche, purtroppo, dobbiamo anche registrare un fenomeno più preoccupante, che coinvolge una parte di utenti con aspettative spesso distorte, indipendentemente dalla tipologia di imbarcazione.
Il mondo è profondamente cambiato, modificando il rapporto con l’informazione e con l’accesso alla conoscenza tecnica.
Internet, motori di ricerca e strumenti di intelligenza artificiale hanno reso enormemente più accessibili dati e contenuti specialistici. Questo, però, non coincide necessariamente con la capacità di interpretarli correttamente.
La disponibilità quasi illimitata di informazioni può generare un paradosso: aumentano le nozioni disponibili, ma si riducono la verifica delle fonti, il senso critico e la corretta contestualizzazione tecnica.
Sempre più spesso gli operatori del settore si confrontano con interlocutori convinti di conoscere perfettamente impianti, funzionamenti, tempi di lavorazione e valutazioni economiche, generando incomprensioni e conflitti che finiscono per complicare il rapporto tra professionisti ed armatori.
L’obsolescenza nautica come opportunità per il settore
Dalle considerazioni sin qui riportate nasce una riflessione che potrebbe rappresentare un’importante opportunità per il futuro del comparto, a condizione di cambiare prospettiva nella gestione del parco nautico e dei relativi servizi di manutenzione e riparazione.
La domanda è semplice:
è possibile trasformare l’obsolescenza tecnica in un’opportunità di sistema?
L’obsolescenza di apparati, impianti ed accessori non dovrebbe essere considerata soltanto un problema tecnico, ma piuttosto un’occasione per creare un modello virtuoso capace di mettere in relazione sicurezza, sostenibilità ed economia.
Riporto come esempio di soluzione concreta una buona pratica:
Adottare dei modelli di buy back dedicato ai sistemi obsoleti.
Ritirare apparati datati e non più affidabili, siano essi elettronica di bordo, batterie, inverter, caricabatterie, pompe, sistemi di monitoraggio, cablaggi e strumentazioni, consentirebbe di favorire il rinnovo tecnologico del parco nautico attraverso logiche coerenti con le normative e-waste e con i principi dell’economia circolare.
I dati confermano l’analisi
Nel momento attuale il settore nautico è oggetto di una forte attenzione. Considerato come volano economico di notevole interesse per i valori di export espressi e fondamentale veicolo del Made in Italy, nonché per la capacità produttiva del capillare indotto che produce ricadute positive in termini di economia del territorio.
Si contano in Italia oltre 160.000 Posti Barca tra Porti Turistici, Approdi e Punti di Ormeggio [1]
Il parco galleggiante, Naviglio da Diporto iscritto negli Uffici Marittimi Periferici, supera le 64.000 unità [2]
Detto ciò ritengo che una nautica moderna ed attenta alla tutela ambientale non debba limitarsi alla sola vendita delle nuove produzioni interrogandosi, invece, su come rendere più sicure, efficienti e sostenibili le migliaia di imbarcazioni già esistenti.
Passare dal modello “vendita del prodotto” al modello “gestione del ciclo di vita” può rappresentare una sfida ma i benefici sarebbero molteplici.
– Per gli armatori
maggiore sicurezza, affidabilità e serenità durante la navigazione.
– Per gli operatori
nuove opportunità commerciali, maggiore programmazione dei lavori nei periodi di bassa stagione e una migliore stabilizzazione delle attività in un mercato che potrebbe mostrare segnali di rallentamento.
– Per il settore nautico nel suo complesso
un progressivo innalzamento degli standard qualitativi del parco circolante.
– Per l’ambiente
smaltimento corretto dei materiali inquinanti e riduzione dell’impatto ambientale derivante da apparati ormai obsoleti.
[1] Fonte Mit-Report "ll Diporto nautico in Italia 2024" [2] Fonte Mit-Report Diporto Nautico 2024


